Álvarez, Julio. "Penultimo secondo, un manipolo di poesie", Chimbote 2004, Río Santa Editores.
Poesia d'amore dalla trinchera
Comprendetemi, compagna.
E non dico compagna di culti o di raggiri,
ma collega, capite?
Camerata, amica, immagine.
La mia poesia non pretende di trasformare il raziocinio
in regola, norma, piano o scuola.
La mia poesia cerca solo di dare armonia al sogno,
all'idea, al clamore e alla tenerezza.
Ho un'opinione, o meglio... un pensiero:
mi è rimasto il desiderio di azzurrare di gioia la mia illusione,
di saperla introdotta nel mio sembiante.
Forse perché le nostre credenze non sono nemmeno simili,
e perché è logico, normale, vantaggioso, progettare l'avvenire;
o forse perché, dopotutto, i miei vocaboli non le colmano la gola,
anche se, molto tempo fa, vive il suo sguardo
in tutti i meandri del mio respiro.
Ho anche altre illusione, o meglio... un sentimento:
devo supporre che riuscirò un giorno a trasformarle il gesto in riso,
risata, spiga e, perché no, a trasformarla in aria,
pace, aroma, espressione e melodia.
Poesia d'amore dalla paura
Cercami se la saggezza s'installa nel centro del mio impeto
e decade la veemenza dei miei slanci.
Cercami quando non saprò più inventare poesia per te,
perché è possibile che il mistero che avvolgeva la tua presenza
sia divenuto calma, conformità, consenso, accordo...
Cercami, e se è necessario,
amami.
Poesia d’amore dall’assemblea
Non è un avvertimento,
ma prima di decidere che non mi puoi amare,
dovresti leggere i versi d'amore che ho tentato di scrivere;
i versi d'amore più belli che per te nessuno ha mai scritto.
I soli versi d'amore che sono pieni del profumo
dei medesimi fiori selvatici
e del colore dei medesimi petali inermi
di cui sei piena tu.
Per questo dico: non è un avvertimento,
ma una questione d’ordine.
Nulla di più.
Dichiarazione d’assenza
Manchi così tanto qui
che non posso neppure scegliere lo spazio che mi parli di te.
Vedi, allora, che ho paura persino di parlare di te
con me stesso.
L’unica speranza che mi resta è un “magari”
che ti faccia spiccare il volo senza emigrare,
né cercarti un’estate che non sia questa primavera che comincia.
Atto riflesso
Il paesaggio iniziava ad acquisire un rilievo abrupto.
Bello perché accidentato.
Le vette si facevano sempre più pronunciate
e sembravano proteggere le gole tappezzate
di fiori teneri, profumati e gialli.
Loro guardavano il paesaggio.
Penultimo secondo
Ogni volta che mi avverti e mi intimi ad amarti,
e amarti e amarti e lasciarti,
e dimenticarti e ancora amarti,
mi viene una voglia di chiedere a Dio fervidamente
che dopotutto — e data una certa comprovata insolvenza —
liquidi il mondo.
E che tutti gli amori (ma che dico!, i romanzi più in generale),
gli sguardi socchiusi, restino lì pietrificati,
per evitare così quel penultimo secondo
che sembra a volte essere ogni tuo silenzio.
Poesia d’amore davanti a una tavolozza di colori
Che le lettere sboccino sole per sé, o anche per no;
che le parole e le sillabe traccino linee con colori trasparenti
e si diluiscano e, se è possibile, una volta per tutte,
amore mio,
ti diluiscano.
Poesia d'amore dall'estate indostana
Resta con me questo autunno.
Ti prometto che abbonderanno notti lunghe, languide e fredde,
che saremo tracce, impronte, cicatrici.
Che poco o nulla troveremo di quel primo momento.
Che la mia antica sensibilità ti sembrerà debolezza.
Che il nostro pianto sarà più il mio pianto che il tuo pianto.
Le primavere perpetue non esistono
e l'amore, anche negli inverni più crudi,
è sempre più confortante di un fuoco in una notte fredda
o di una tazza di caffè caldo.
Resta con me e vedremo insieme l'arrivo del monsone,
la partenza dell'estate.
Chissà se in quell'impegno troveremo un luogo dove l'amore
sia forse più rinfrescante di una raffica di brezza
in un pomeriggio domenicale sotto il sole ardente.
Dichiarazione d'amore e... anche di vita
Per te dovrebbe essere ben chiaro che ti amo.
Non un “ti amo” sottovoce, timido, insonne,
nemmeno un “ti amo” che commenti “io ti adoro, io ti rendo omaggio”,
ma piuttosto, guarda: io ti ascolto in silenzio
e ti ascolto nel silenzio.
Per te dovrebbe ugualmente essere ben chiaro
che hai anche la mia vita.
Non la mia vita per farne morte, poi storia e chissà poesia,
ma la mia vita ordinaria, triviale e abituale:
del mangiare e respirare, dello stare con te,
accanto a me, al mio fianco.
Nulla di più.
Poesia d'amore dall'esilio
Ho di fronte a me Garabombo l'Invisibile,
un affresco di Guayasamín, un olio di Humareda,
una poesia di Javier Heraud, un'idea di Tagore.
Una farfalla libera dal bozzolo che scombussola
le quattro di un pomeriggio a Barathpur.
Una musa impudica che provoca una linea audace.
Una steppa, un lupo puritano, un rasoio.
Una vergine in esilio, seppur ferma, di carni ferme e senza pianto,
senza rose preziose, passeri che cantano
né tantomeno rondini settentrionali che migrano verso sud.
Ma nulla di tutto ciò posso bere,
perché già da prima che le mie labbra percorressero premurose
intere processioni di nutrimento e di lussuria,
avevano definito il mio amore per te.
Ho i capelli e l'odore di legna, di carbone, di chicha.
Sotto il mio ventre, una donna che non sa di cocktail né di gelsomino;
sotto un corpo che non sa di violacciocche né Ferrari né Renault,
solamente di orge barbare, di acquavite di terza categoria,
di desiderio, di urgenza e ostinatezza.
Ma nemmeno di questo posso bere,
perché hanno anche definito il calore e il colore della nostra pelle,
e il sapore della nostra bocca, e il mio amore per te.
Ancora non sai che ho pianto carminio sulle piazze
e tremato la mia solitudine nelle stanze umide degli hotel.
Tu sai solo che sono arrivato una domenica, circa un mese fa,
e che in un minuto già iniziavo ad andarmene di nuovo;
e che a forza di sentire tanto teorema, tanta ipotesi da poco,
sono venuto fin qui, solo, senza Pitagora, solo, a domandare.
Io domando, passo la vita a domandare all'assenza del mio amore per te.
Domando agli alberi sotto la cui ombra mi fermo,
ai tuoi indios, ai tuoi meticci, ai tuoi bianchi,
ai tuoi capi di bestiame, ai tuoi storpi.
E posso solo vedere bandiere, molte bandiere che fiere sventolano,
che nascondono dal sole le tue finestre,
che si beffano dell'anemia della tua gente e la riempiono di profumo,
di rugiada e di polvere da sparo,
e adornano i saloni, i cannoni, le sfilate.
Sono venuto per sapere di te.
Non solo per indicarti dal mirino del mio fucile.
Poesia d'amore dalla disoccupazione
Mi piaci. Non muoio per te, ma non sai quanto mi piaci.
Ho deciso che è meglio se non te lo dico,
perché sicuramente dirai “No”, “Che siamo amici, quasi fratelli”;
e io, chissà, nella mia disperazione, ti dirò “che diavolo”,
e io sono cristiano, cattolico, apostolico e peruviano.
Ricevi questa poesia.
Comprendi che non pretendo di emulare Bécquer né García Lorca,
né Neruda né Vallejo.
Ricevi questa poesia perché, se ti metti a pensare un attimo,
ti renderai conto: è l'unica cosa che mi resta.
Nemmeno posso dire che con me vinceresti la lotteria.
Tu sei la minima col punto e la legatura;
io, la biscroma con pausa di semicroma.
Tu domandi sempre, io non rispondo mai.
Tu hai illusioni, e a me la frustrazione fa visita tutti i giorni.
Tu sei capace di mandarmi in questo momento a quel paese
per aver scritto queste sciocchezze,
e io non sono sicuro se te le mostrerò un giorno.
Nemmeno posso dire che sarei capace di impegnare tutta la mia vita.
La mia vita non è redditizia, non ha mai dato utili;
nessuno ha mai voluto riceverla in pegno o ipoteca.
Quasi sempre l'ho offerta in donazione, come adesso.
La mia vita è fatta di dissonanze, quinte e scale minori.
Poesia d'amore dall'assenza
Well I'll be damned.
Here comes your ghost again.
But that's not unusual.
It's just that the moon is full and
you happened to call. (Joan Baez)
Fino a quando, uccello impassibile,
continuerai a illuminare ricordi e a spargere i tuoi richiami
tra i fiori e nel mio corpo?
Fino a quando, uccello incostante, sarà il tuo grido l'unico suono
che percepiscano le mie orecchie, uccello di ghiaccio?
Fino a quando, uccello inesatto, continuerai la notte nascosto
nei miei cassetti, incluso nelle mie cravatte, i miei libri, le mie pareti,
i miei pomeriggi, le mie mattine, i miei amici, le mie scarpe?
Fino a quando sarai tu, uccello incompiuto,
l'unico riparo che pretendano i miei inverni?
Fino a quando?
Poesia d'amore dal letto con bellissima vista sul bar
Stanotte ho sognato, ad esempio, di essere felice.
Era solo un sogno, e oggi ritorno nuovamente a reclamare
il pezzo di vita che i miei governanti, padri della patria,
magistrati e gerarchi, un brutto giorno mi hanno tolto.
Ho sognato di essere felice.
Ho pensato che finalmente potevo iniziare di nuovo e scrivere
tutta questa indecenza che tu giustamente chiami “indecenza”,
perché prima scrivevi più bello, all'amore scrivevi:
che i tuoi baci, che il tuo riso, che le tue mani, che i tuoi occhi,
che il tuo tutto.
Non voglio che i miei passi continuino a reclamare la tua assenza,
e i tuoi protestino solo perché mi è venuto in mente
di camminare questo pomeriggio accanto a te.
Non voglio che tu ritorni nella mia angoscia e che poi
ti trasformi in canto e in silenzio, in sorriso e in sguardo,
in ricordo e in attesa.
Spero che mai più tu debba andartene né debba ritornare
al mio fianco dal suo fianco, né nulla.
Mi sono già stancato di ascoltare.
Mi sono già stancato di nuovo, mi stanco sempre di aspettare;
aspetto sempre che ci lascino costruire un paese.
Voglio un paese. Ma non un paese, bensì un "PAESE",
così, tra virgolette, con le maiuscole, sottolineato e tra parentesi,
perché non ti sfugga l'idea che meritiamo un paese.
E che importa che "cioè" si legga brutto:
cioè, anche, uguale a te, voglio un paese bello,
cioè solidale, cioè umano, cioè meno ingessato,
più dal basso, della plebe, forte, grande;
cioè con colline, fantastico, potente;
cioè con risate, con gioia, con libertà, con speranza.
Mi sono già stancato di dire che mi stanco sempre
e che voglio un paese e che penso e che sogno,
perché quando mi sveglio scopro che è stato solo quello: un sogno.
E che questo paese continua a essere così bello e al tempo stesso così brutto,
e la gente così buona e allo stesso tempo così spazzatura.
E per iniziare ogni giorno così, con sconforto,
meglio, chissà, né sento, né mi sdraio, né dormo, né sogno,
né di nuovo, né nulla.
E pensare che stanotte ho avuto un sogno.
E ho sognato di essere felice.
Puttana miseria, era solo un sogno.
Terapia poetica cromatica
Finirò questo saggio degli stati d'animo e questa razionalità sbiadita
con garofani rossi, tulipani e innesti di melo.
Per esempio: che i tuoi capelli neri puliscano i resti di sangue e di ceneri
che da tanto tempo ci sono nella mia voce.
O meglio: l'odore delle tue mani quando mi accarezzi mi ricorda
le foglie di eucalipto che bruciavo da bambino,
quando già sapevi venire da me, oscura, piagnucolosa e con lamentele.
O, già so: che il tuo canto sia come il suo, che ha un volto così chiaro
che sembra che la luna le sia rimasta a vivere sulle guance;
così chiaro come quello di lei, che mi lascia un sapore di mentuccia
all'angolo delle labbra bagnate e mi pulisce il paesaggio.
E lo riempie di salici e di rive bionde, verdi, brune, mansuete rive,
e mi rompe gli schemi della nevrosi, dell'angoscia,
della nera solitudine e della schizofrenia
con pezzi di garofani rossi, tulipani e innesti di melo.
Poesia d'amore dal disgusto
Allora, perché la mia poesia deve essere sempre dura?
Perché non come l'acqua che scivola sulla roccia,
sul muschio che sulla roccia scivola con l'acqua?
O come il profumo di un uomo libero che dopo la vittoria, nudo,
scivola e si infanga con una donna che nuda (o meglio: nuda e cruda) è libera anch'essa.
E perciò non è più vergine, ma bella, e non rompe a nessuno,
né nessuno le rompe con la storia che: “sei rimasta sola”
e che “cosa dirà la gente se viene a sapere che sei incinta”.
Certo, visto che non è mia figlia, né mia madre, né mia sorella.
Ma nonostante ciò, perché la mia poesia non deve essere libera?
Se anch'essa allude e pretende, vocifera e si infanga e sguazza
come l'acqua che scivola...
Perché acqua che non dobbiamo bere, lasciamola scorrere.
Poesia d'amore dallo Stato
I don't believe in an interventionist God.
But I know darling, that you do.
But if I did, I would kneel down and ask Him
Not to intervene when it came to you.
Not to touch a hair on your head. To leave you as you are.
And if He felt He had to direct you, Then direct you into my arms...
Into my arms, O Lord. Into my arms. (Nick Cave)
Senza che tu lo sappia, una volta a settimana vieni da me.
Così, all'improvviso, come la pioggia estiva, e lasci il cielo limpido
e un odore di terra bagnata e il tuo visino bagnato di costa e di sole.
E così anche, all'improvviso, te ne vai.
E allora non posso scrivere il tuo ritratto né offrirti frutta.
Sarà perché qui, riparato nella mia scrivania, con piani, rapporti, uffici
e lontano da te, il cielo non è cielo ma soffitto.
E il soffitto non è limpido né sporco, ma semplicemente un pezzo di cemento:
biancastro e senza vita.
E forse per questo, una volta a settimana te ne vai.
Filippica per Canario
La nostra amicizia, Canario, ha fatto una tregua
tra il mio carattere e la tua personalità.
Tu, sei anni più giovane, sembri trasformarti in una restituzione
di tutto ciò che non ho saputo apprendere a quell'età.
E io, ne sono sicuro, sono qualcosa come un'estensione del tuo entusiasmo.
Non siamo una giornata difficile. Ne abbiamo avute di peggiori,
e questa sarà come riversarci ancora una volta in luoghi
in cui prima ci siamo già riversati con pieno successo:
Io e l'oggettivo. Il soggettivo. Il potere. La gerarchia.
Il marxismo e il liberalismo.
Tu e quella strana mistica urbana, mix di anima di novizio,
piccolo borghese ben intenzionato e ufologo.
Siamo un legame semplice. Non precisamente ragionevole.
Solamente semplice.
Filippica per Patricia
Sei il quasi-equilibrio. Piena di grazia, malizia e straripante comprensione.
Psicologa dopotutto. Tutto: un'esperienza in più.
Il qui e ora, il là e domani e, se non è possibile,
sarà un altro giorno, in un'altra opportunità.
Vale a dire: nulla di speciale da rischiare e sacrificare.
Tre o quattro regole di convivenza sociale che a nessuno obbligano,
ma che tutti rispettano perché —sebbene poco autentico e profondo—
è meglio, più piacevole, confortante e lontano dal dispiacere.
E che cavolo mi importano Freud, e i coniugi Mitcherlitz,
y il marxismo e la psicoanalisi.
Poesia d'amore dalla distanza
Non te lo nasconderò. Io mi godo le tue labbra,
il tuo castigliano modesto e la tua dizione.
I tuoi occhi: il loro colore verde foglia pallido autunnale.
Le tue mani. Le tue dita a forma di piccoli pani: freddi, lunghi, dorati.
E la tua bocca quando dici “sei pazzo”, premiando i miei sforzi
per essere ogni giorno meno Uomo e più animale.
Io godo di te perché so che lotti ogni secondo con la vita,
e anche perché so che nulla ti importa che più tardi i petali di nacre
ti si stacchino dalla giovinezza e la pelle di conchiglia e porcellana
ti diventi artigianale: di fango, argilla e paglia.
E perché so che pensi che mi capisci e ti capisco.
Solamente per questo è che godo di te, europea.
Poesia d'amore dal disamore
Parlare d'amore non è "chic" in questi tempi.
Me lo hai detto tante volte, almeno in miniera, nel deserto.
Mi hai raccontato: non c'era amore, neppure tempo.
Ma nonostante ciò parliamo.
Già so che in questi tempi non è chic, ma è l'unico modo che conosco
per strapparmi una volta tanto da questa montagna di carte accumulate,
da questo splendore di simulacri.
E prepararmi per l'amore: anche solo una volta al mese, anche solo per gioco,
e non dimenticare che sapore ha la tenerezza.
Va bene, non parliamo del crepuscolo, ma mi insegnerai a dirlo come te.
Anch'io voglio impressionare e arrivare alla fine del giorno senza concludere il tema.
Poiché solo così potremo, come volevi tu, registrare il tuo prossimo appuntamento
per il 30 dicembre del 1999 e nulla sarà cambiato, vero?
Continuerà a essere lei. Continuerai a essere tu.
Lo stesso uomo di tristezze inedite e gioie improvvise.
Lo so bene, parlare d'amore non è chic in questi tempi. Ma parliamo.
Parliamo dei tuoi tramonti colorati, di come arriva nuovamente il sole nostro di ogni giorno
e la mano furiosa che ci strappa il suo arcobaleno di principessa etiope.
I suoi tramonti: quasi sempre senza gabbiani né caffè.
La sua silhouette: le ore che aspettavi trascorrere nella vecchiaia
seduto alla sua frontiera, il suo stile ogivale.
Che tardi! Che barzelletta vecchia mi sembra oggi il volto di Krishna,
la vittoria di Ram e Laxman... i corpi senza luce, senza incenso.
Cosa aspettano? Aspettano da quasi seimila anni.
Non solo di pane è la loro fame, lo so anch'io.
Il crepuscolo è qui, a Calcutta e a Benares, e per questo tornano sempre
a concludere il tema, a vestirsi di arsenali e colori ogni notte,
alle nove e dieci, da quasi seimila anni.
E l'amore non è cambiato, né loro né la tua poesia.
Continui a essere tu. Continua a essere lei: la stessa dama fertile,
pube di silenzi invalicabili e bellezza medievale.
Il crepuscolo è quello: solamente uno spazio tra lei e te.
Uno spazio dolce, chiaro e limpido, uno stratagemma per scappare
da tanta guerra senza quartiere.
Il momento migliore per parlare d'amore e per farlo.
Anche quando non sia chic, sarà sempre meglio che fare inventari di naufragi
o vociferare contro la luna.
Urpillay
Accanto a un albero ho scoperto una donna.
Seminava albe. E partoriva una colomba.
Una colla, la donna. Era piccola, colomba nobile e bianca
come un pezzo di pane, come un chicco di riso, come un fiocco di neve.
E ora che me ne vado...
Forse verranno nella mia puna, nella mia montagna, sul mio colle, nella mia nostalgia?
Magari tornasse un giorno a rammendare la mia gioia,
che è rimasta fatta a pezzi accanto a un albero, Urpillay.
Magari tornasse un giorno.
Ora che me ne vado.
Magari tornasse un giorno, Urpillay.
Poesia d'amore disteso sull'erba fresca
Tu mi ricordi il prato dei sognatori.
Tu mi ricordi la freschezza dei petali, dei fiori, delle primavere più recenti,
e la rugiada che disegnano sulle gemme e sulla superficie degli steli
i suoli fertili e i semi.
Mi ricordi gli uccelli canori, i laghi freddi del sud del Cile,
le pendici orientali della mia patria, le pianure ondulate del Brasile,
i pini bianchi e i fiori azzurri della lavanda.
Tu mi ricordi che anch'io ho vissuto in Arcadia,
che a volte comanda la fortuna di rinnovare dolori indicibili.
Che pretendiamo sempre la smorfia esatta, il polso fermo,
e lasciamo scappare, piccola, la ragione profonda dei gesti spontanei
e l'intima coscienza dei sogni incompiuti.
Che ancora possiamo volare dove il vento scrive alla fantasia, al sogno,
all'essersi visti in luoghi in cui non siamo mai stati liberi
da questa anemica saggezza.
Insomma, mi ricordi che l'irreale, il colore dell'erba fresca e persino l'amore,
in verità, esistono.
Poesia d'amore dal corpo
Il mio corpo è un tempio.
I miei occhi, le mie mani, i miei piedi, i miei capelli,
le mie natiche, le mie gambe, la mia sete, i miei fianchi, i miei organi interni.
Il mio desiderio di piacere, la mia voglia di mangiare,
ogni millimetro quadrato della mia pelle, ogni angolo della mia carne,
ogni spigolo, ogni feccia.
È un tempio. Non una basilica. Solo un tempio semplice.
Come tutti i templi, con colonne e pilastri vissuti
che richiedono a volte una mano di vernice,
un po' di smalto alle finestre e alle porte e ai banchi.
Una coperta di seta per il tempo e per la burrasca.
Una finestra. Una lastra di vetro resistente, forte e trasparente
perché mi protegga dal vento, la tempesta e il freddo.
Perché lasci cadere sulle mie palpebre la luna,
perché io possa guardare la notte stellata, decifrare le Orse
y rendere realtà il miracolo della vita.
Poesia d'amore dal lato della sete
Non voglio sapere se mi sei stata fedele.
So che una donna coraggiosa si inchina ugualmente dal lato della sete.
(Juan Carlos Baglietto)
Non so se amore sia ancora troppa parola, e sesso ancora insufficiente.
Ma, solo nel caso in cui lei, signora, ancora semplicemente lo sospetti,
le dirò senza dubbio alcuno che sì: desidero possederla, è vero.
Desidero, con lei, su di lei, sebbene più di tutto attraverso lei,
scivolare come solitaria goccia dal suo spazio tra le sopracciglia
fino alla sua tentatrice bocca perché mi sorseggi intero.
Come fugace goccia in qualche luogo piantarmi della sua voce e dei suoi capelli.
Come inafferrabile goccia nel mezzo di una preghiera
sfiorare le sue orecchie armoniche e assennate.
Scusi l'intemperanza e la sfacciataggine, ma — esemplare umano,
genere maschile, alcune volte iper-ormonale, produttore di testosterone —
sono... dopotutto.
Poesia d'amore dal centro del silenzio
Mi lasci essere quella fiera che ama le foglie secche sulla solitudine e le felci,
la luce tenue, il vino caldo con cannella, il formaggio con il caffè,
il pane croccante, le tovaglie domenicali, i tovaglioli a quadretti,
la musica e il silenzio.
Mi lasci essere il granello di sabbia sulla spiaggia, il ramo fragile del grande albero,
l'aria che non la circonda, la goccia che fa traboccare il vaso,
il gatto randagio sui tetti, il cane senza casa, il gabbiano mitragliato.
Mi lasci tutto questo essere di tanto in tanto, non importa l'ordine,
insieme o separato. Solo questo.
E le darò in cambio:
denti per il suo riso,
fazzoletto per le sue lacrime,
festa per le sue gioie,
forza per il fallimento,
riparo per il freddo.
Voglia e permanente disposizione per chiedere cosa le piaccia,
indagare cosa desideri, condividere ogni idea, consultarle ogni idea,
negoziare ogni cambiamento, scriverle versi, cambiare pannolini sporchi,
cantarle serenate, curare le sue ali, stirare le mie camicie,
rispettare i suoi giorni difficili, lavare i vestiti dei bambini,
cucinare per lei la domenica, appoggiarmi alla sua spalla,
mantenere gli occhi sereni, parlarle sottovoce,
amarla di più e averne bisogno di meno.
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